da
"Enclave - rivista libertaria":
Le
"virtù locali" del
libertarismo
CARLO
LOTTIERI
C'è
una nota espressione di Karl Marx secondo cui il comunismo dovrà
necessariamente essere universale, non essendo possibile immaginare una
divisione del mondo tale da proporre al proprio interno una compresenza di
ordini feudali, capitalisti e, infine, contrassegnati dal socialismo.
Nella logica del materialismo dialettico, d’altro canto, il socialismo era
visto quale compimento di un’evoluzione “a stadi” al termine della quale
c’era il crollo del sistema capitalistico-borghese e l’avvento (attraverso
la dittatura del proletariato) della società senza classi.
Nei lunghi decenni della guerra fredda, questa tesi marxiana venne più volte
utilizzata dagli apologeti del socialismo per giustificare - di fronte alle
tragedie dell’Est europeo - le innumerevoli manchevolezze di sistemi sociali
che avrebbero preteso di essere più liberi e più giusti, e che nella realtà
dei fatti finivano per rappresentare immense prigioni da cui quasi tutti
(artisti, atleti, scienziati, cittadini comuni) cercavano di fuggire.
In questo curioso tentativo di salvare Marx buttando a mare il “marxismo
realizzato”, a Mosca come a Berlino il socialismo sarebbe insomma fallito a
causa del permanere di regimi occidentali in qualche misura “capitalistici”
ed entro certo limiti “liberali”.
Se questa è ed è stata la logica del socialismo (espansionista per sua
natura), ben diversa è invece la natura del libertarismo, la cui essenza stessa
è “localista” e tesa a compiersi nella finitezza di relazioni ben definite,
hic et nunc, senza alcuna pretesa di salvare il mondo o scrivere una hegeliana e
definitiva ultima pagina della storia umana.
A quanti obiettano che una società affrancata dallo Stato moderno sarebbe una
sorta di strampalata utopia, i libertari rispondono che le cose non possono
essere certo impostate in questo modo.
Il libertarismo è già presente tra noi, infatti, ogni qual volta due o più
uomini intrattengono relazioni che non fanno ricorso alla violenza e alla
costrizione. Nello scambio come nel dono, come pure nelle relazioni comunitarie
o associative liberamente accettate, si può ammirare lo svilupparsi di
interazioni spontanee che avvantaggiano quanti volontariamente vi partecipano e
che non hanno certo bisogno di una loro generalizzata estensione all’intera
umanità per rendere manifeste le proprie virtù.
Consapevole che nel corso dell’età moderna lo Stato si è affermato anche e
soprattutto grazie a quel processo di centralizzazione politica che fu
fortemente avversato da tutti i grandi liberali (da Bastiat a Tocqueville a Lord
Acton), il libertarismo esprime una netta predilezione per un ordine sociale e
giuridico “policentrico” e, quindi, per la più ampia localizzazione dei
poteri: chiamati ad entrare in concorrenza e, in questo modo, a limitarsi
reciprocamente.
Quando Murray N. Rothbard o Hans H. Hoppe esprimono il loro apprezzamento per i
processi secessionistici e, più in generale, per quelle tendenze volte a
localizzare il potere (anche in virtù di una corretta interpretazione dello
spirito del federalismo), essi elaborano una sorta di “costituzionalismo senza
Stato” in cui il gioco dei pesi e contrappesi è affidato all’opposizione
competitiva tra entità politiche indipendenti.
Per questa ragione, il libertarismo predilige il “locale”, ben sapendo che
è proprio in quell’ambito che esso può esprimersi: mostrando al mondo la
propria superiore eticità e permettendo a tutti di verificare quanto la libertà
sia capace di produrre una convivenza pacifica e una prospettiva di crescita
umana, economica ed intellettuale.
Se il socialista immagina un mondo interamente sovietizzato, ogni libertario
coltiva dentro di sé – al massimo – l’aspirazione ad accedere a quelle
laissez-faire city in cui ogni tassazione sarà sostituita da tariffe di
mercato.
Sebbene non possa apprezzare il permanere di istituzioni schiavistiche,
oppressive e criminali, l’individuo libertario confida nel fatto che il
successo (pur locale) di forme sociali più umane e rispettose dell’altrui
dignità sia destinato, con il tempo, a mettere in crisi i grandi apparati della
repressione fiscale e poliziesca.
In fondo, è stato sufficiente lo sbiadito liberalismo dei paesi occidentali a
mettere in ginocchio l’esercito dell’Armata Rossa e quelle orde di burocrati
famelici che attorno al catechismo marxista-leninista avevano costruito, nei
territori di tutte le Russie, un potere tanto ottuso quanto pervasivo.
Proviamo allora a porci una domanda: quali conseguenze potrebbero derivare, per
la libertà di tutti gli uomini, da pochi coraggiosi esperimenti di un
libertarismo davvero coerente e radicale?
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