Thomas Jefferson, un uomo d'altri tempi

di Carlo Stagnaro

"Ritengo che un po' di ribellione, ogni tanto, sia una cosa buona, e che sia necessaria al mondo politico quanto le tempeste lo sono a quello fisico". Non solo: "Quale paese può conservare le sue libertà se i suoi governanti non sono ammoniti di quando in quando che il loro popolo conserva il suo spirito di resistenza? Che esso prenda le armi. Il rimedio consiste nel fargli capire come stanno i fatti, perdonarlo e pacificarlo. Che importanza hanno poche vite in un secolo o due? L'albero della libertà deve essere innaffiato di tanto in tanto con il sangue di patrioti e tiranni. E' questo il suo naturale concime".
Prima che qualche solerte dipendente dello Stato italiano segnali troppo frettolosamente queste righe al Sostituto procuratore di turno affinché accerti l'esistenza dei reati di "istigazione alla guerra civile" o "attentato all'unità dello Stato", sarà bene far notare che si tratta di parole di Thomas Jefferson, protagonista di primo piano della guerra di Indipendenza americana: l'autore, quindi, per ragioni cronologiche non può più essere ingabbiato. Nell'Italia del buonismo, della melassa eletta a teoria politica, delle contese risolte a lingua in bocca, certe posizioni possono sconvolgere: non per questo vanno ignorate, né va con loro cancellata l'elaborazione politica che portò, come risultato concreto, alla secessione delle tredici colonie d'oltreoceano dalla "madrepatria" inglese.
C'è sempre la tendenza, infatti, a esaltare la Rivoluzione francese a scapito di quella americana: i due sommovimenti, quasi contemporanei, ebbero però premesse ed esiti assolutamente discordanti. Se dalla prima è nato quel modello di Stato centralista e prefettizio (quali possono essere la Francia e la stessa Italia) con cui ancora oggi dobbiamo fare i conti (è proprio il caso di dirlo...), dalla seconda si origina - almeno a livello di teoria politica - un vero federalismo, che va addirittura oltre l'idea stessa di "Stato". I suoi protagonisti posero alle fondamenta delle proprie richieste di autonomia e indipendenza il riconoscimento e il rispetto dei diritti individuali: diritti che sono propri di ogni cittadino e che travalicano qualsiasi tipo di imposizione. Diritti che sono, insomma, di natura.
Nella Dichiarazione di Indipendenza (scritta integralmente da Jefferson e modificata solo in minima parte dal Congresso), che è un vero e proprio condensato dello spirito libertario, si afferma senza mezzi termini che "noi riteniamo che le seguenti verità siano di per sé evidenti: che tutti gli uomini sono creati eguali; che da questa creazione su basi di eguaglianza derivano dei diritti inalienabili, fra i quali la vita, la libertà e la ricerca della felicità". Una simile affermazione, che forse oggi può apparire per certi versi scontata, era invece all'epoca profondamente rivoluzionaria: tant'è vero che, soprattutto nella prima fase della propria storia (i cui benefici effetti, pur mitigati dal passare del tempo, si sentono ancora oggi), gli Stati Uniti d'America hanno incarnato i valori più profondi del liberalismo integrale.
In particolare, Jefferson si fece portatore di una visione del mondo e dei rapporti, per così dire, "istituzionali" tra i diversi livelli di governo e tra ognuno di essi e il singolo cittadino, ispirata ad un autentico federalismo, spesso identificato come "federalismo delle origini", quasi a voler sottolineare l'inquinamento che tale teoria ha subito una volta che è stata messa in mano a politici irresponsabili. In molti sistemi federali, infatti, si è assistito ad un progressivo aumento delle competenze affidate al centro o, talvolta, addirittura un rovesciamento dei ruoli: non per questo è lecito accostare il declino dello "Stato federale" (che peraltro va di pari passo col declino dello Stato tout court) ad un preteso declino del "principio federale", di cui è solo una approssimativa e imperfetta applicazione.
Il federalismo, nel pensiero dell'autore della Dichiarazione di Indipendenza, non rappresentava neppure un fine, ma "semplicemente" (si fa per dire) un mezzo per il conseguimento di un'autentica libertà individuale. Il federalismo, insomma, costituisce un concreto argine allo strapotere delle élite governative e alla loro insistente voglia di interferire con le decisioni dei cittadini. Ecco allora emergere quelle caratteristiche che sono proprie di un sistema realmente federale: in particolare, occupano una posizione di centrale importanza l'autogoverno delle comunità locali, la divisione dei poteri tra diversi livelli istituzionali e, soprattutto, la forte limitazione di tali poteri. "Il governo migliore è quello che governa meno" era solito affermare lo statista americano: intendendo che, per quanto possibile, ogni scelta e ogni decisione deve essere lasciata all'iniziativa individuale.
Da questo deriva l'assoluta "democraticità" del principio federale: assegnando alla parola "democrazia" non il significato stretto di "governo della maggioranza" ma quello più ampio di "sovranità al popolo". Lo Stato non è una creazione "divina" o "assoluta" e, quindi, immutabile: esso è semplicemente un'organizzazione volta ad agevolare i rapporti tra gli individui.
Perché tutto ciò non rimanesse nell'alveo dei "bei discorsi", ma trovasse un'applicazione pratica, Jefferson avanzò anche alcune proposte ancora oggi di estrema attualità, soprattutto in Italia dove "tutti sono federalisti e nessuno è federalista". Innanzitutto, l'assoluta autonomia degli Stati federati (nel nostro caso: le regioni?) da esercitarsi tramite il diritto di "annullare" i provvedimenti assunti dal centro e ritenuti contrari al proprio specifico interesse. In secondo luogo, l'adozione di un sistema dinamico e non ingessato: da sottoporre periodicamente al giudizio popolare (ad esempio, sosteneva che la Costituzione andasse ratificata, emendata o rifiutata all'incirca ogni 34 anni, cioè ad ogni cambio generazionale). E ancora, la rotazione delle cariche, per evitare il consolidarsi di oligarchie politiche, e così via.
Jefferson, in sostanza, interpreta(va) appieno quella sana diffidenza nei confronti dell'operato del governo, una diffidenza che è tipicamente americana e che (purtroppo per noi) i nostri concittadini sembrano aver perso. Ecco, allora, che ci ricolleghiamo alle affermazioni citate in apertura: nel momento in cui un governo travalica i limiti impostigli dalla volontà dei cittadini e dei popoli sottomessi, questi automaticamente acquisiscono il diritto di ribellarsi. Anzi, la disponibilità alle ribellioni, finanche alle rivoluzioni, rappresenta il più efficace antidoto agli abusi governativi: addirittura, questo grande padre della libertà americana sosteneva che esse andassero incoraggiate, piuttosto che paventate o esorcizzate.
Particolarmente interessante, poi, è la posizione di Jefferson sul potere giudiziario: che oggi sembra essere la più solida stampella dell'autorità costituita. Il nostro autore si sofferma sull'importanza di una magistratura elettiva: se infatti i giudici di nomina regia non erano in grado di garantire un reale rispetto del diritto, "niente potrebbe essere più salutare del passare (all'assegnazione della carica) in virtù della buona condotta e del lasciare al voto di una maggioranza semplice la questione della valutazione di tale condotta". I giudici, in sostanza, devono essere slegati sia dal potere politico sia dalle burocrazie: in caso contrario, come si può pretendere da loro obiettività nel dirimere una contesa tra Stato e singoli cittadini? Con questo, naturalmente, Jefferson non intendeva accusare i giudici di disonestà: ma "anche l'errore in buona fede dev'essere fermato, mentre tollerarlo conduce alla pubblica rovina".
Significativa, infine, è l'opinione che il politico americano aveva della democrazia: un'idea ben diversa da quella dominante nella cosiddetta Italia. "Sebbene la volontà della maggioranza debba comunque prevalere - affermò durante il discorso di insediamento all'ufficio presidenziale, tenuto il 4 marzo 1801 - questa volontà, per essere secondo diritto, dev'essere secondo ragione; la minoranza possiede diritti eguali, protetti da leggi eguali e la cui violazione significherebbe dispotismo". Jefferson, cioè, non accetta di farsi portatore di certe posizioni, invero poco democratiche, secondo cui "la maggioranza ha sempre ragione". Soprattutto, l'autore della Dichiarazione di Indipendenza ha ben chiara "l'assoluta relatività" del concetto di maggioranza: ad esempio, Jefferson non avrebbe mai accettato che, di fronte alla richiesta di indipendenza da parte dei cittadini di un preciso territorio, fosse concesso anche ad altri il diritto di decidere del loro futuro. "Si dice talora che l'uomo non merita che gli sia affidato il governo di se stesso - disse nella stessa occasione - Forse che egli merita allora il governo degli altri?"
Viene da pensare, insomma, che se Thomas Jefferson fosse vivo al giorno d'oggi, lo vedremmo sotto un bianco gazebo a fare proseliti per la secessione della Padania dall'Italia. Di quale attualità, allora, sono le sue parole, allorché afferma che "se dovesse essere Washington a ordinarci quando seminare e quando mietere, presto ci troveremmo a corto di pane". Vallo a spiegare a Roma.

La vita di Thomas Jefferson
Thomas Jefferson nasce il 13 aprile 1743 a Shadwell, in Virginia, da una famiglia benestante dell'aristocrazia locale. Dopo aver conseguito la laurea in legge presso l'Università di Williamsburg, nel 1764 inizia a praticare la professione forense, che eserciterà con discreti successi per sette anni. Pian piano, però, il suo interesse per l'avvocatura declina di pari passo all'aumento delle sue attenzioni nei confronti della politica, alla quale si dedicherà a tempo pieno dal 1769, anno in cui conquista un seggio alla "House of Burgesses". Nel 1775, sarà uno dei delegati virginiani al primo Congresso continentale. Pur non potendo partecipare, a causa di altri impegni, alla stesura della Costituzione della Virginia (approvata nel giugno del 1776), riuscirà a far sentire la propria influenza, promuovendo alcuni provvedimenti come l'abolizione del diritto di primogenitura, il riconoscimento della libertà di coscienza in materia religiosa e l'impegno statale per l'istruzione universitaria. Ottiene un successo non da poco, poi, riuscendo a far abolire la pena capitale per un gran numero di reati: degno di nota è il fatto che, all'origine di questa sua azione, è la lettura del padano Cesare Beccaria. E' lui inoltre, come già ricordato, il principale (per non dire unico) autore della Dichiarazione di Indipendenza del 4 luglio 1776. Dopo la morte della moglie (1772) si ritira a vita privata fino al 1883, quando viene mandato a Philadelphia in qualità di membro del Congresso. Dal 1785 al 1789 è ambasciatore degli Stati Uniti in terra francese. Richiamato poco dopo in patria da George Washington in qualità di Segretario di Stato, si dedica interamente alla politica, soprattutto nella qualità di leader degli Antifederalisti (che, malgrado il nome, erano strenui oppositori della centralizzazione del potere): epici saranno i suoi scontri con Alexander Hamilton, a guida dell'opposta fazione "federalista". Ricopre la carica di vicepresidente sotto John Adams dal 1796, viene eletto alla presidenza nel 1800 e riconfermato una seconda volta nel 1804. Rifiutando una terza candidatura, si ritira nella propria villa a Monticello, dove coltiva per diciotto anni il proprio ideale di "vita buona", dando un particolare ruolo alle lettere, alle amicizie e allo strettissimo rapporto con la terra. Morirà il 4 luglio 1826, il cinquantesimo anniversario della nascita degli Stati Uniti d'America, tanto che qualcuno ha sostenuto che il decesso sia avvenuto in circostanze "non del tutto naturali". Sulla sua tomba sono ricordati, per sua volontà, i suoi tre maggiori risultati: la Dichiarazione di Indipendenza, gli statuti virginiani sulla libertà di religione e l'Università della Virginia.

Carlo Stagnaro